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La Tossicodipendenza vista da un Genitore

Parla il genitore: COSA HO CAPITO DELLA DROGA

Premessa
La nostra percezione della realtà passa attraverso alcuni sensori che rappresentano l’interfaccia con il mondo esterno, vediamoli:

  • Occhi
    interagiscono con le onde elettromagnetiche che rientrano nel campo di frequenze della luce e attivano il senso chiamato vista (percezione delle forme e dei colori).
  • Orecchie
    interagiscono con le vibrazioni dei fluidi, normalmente l’aria, che rientrano in campi di variazione più o meno ampi e che attivano il senso dell’udito (percezione dei suoni)
  • Labirinti
    interagiscono con la forza di gravità e le forze inerziali e attivano il tipo di senso chiamato equilibrio (percezione della posizione)
  • Naso
    i sensori olfattivi contenuti al suo interno interagiscono con la materia volatile, attivando il senso dell’olfatto o odorato (percezione degli odori)
  • Apparato boccale
    contiene al suo interno un insieme di recettori gustativi, che interagiscono con la materia non volatile, che attivano il senso del gusto (percezione dei sapori)
  • Tessuti molli (pelle, muscoli, ecc.)
    contengono al loro interno due famiglie di recettori ognuna delle quali è specializzata ad interagire con due differenti tipologie di azioni:
    - azione termica (temperatura)
    - azione meccanica (pressione)
    L’insieme di tali interazioni vengono sinteticamente fatte confluire nel senso chiamato tatto

 

Attraverso queste porte la nostra mente può prendere contatto con la realtà esterna acquisendo informazioni fisiche ma anche culturali; senza tali finestre la coscienza non si attiva e non viene  consentito al cervello di esercitare l’esperienza della vita.
Grazie ai sensi l’individuo può soddisfare i bisogni biologici fondamentali attivati attraverso gli istinti e finalizzati a soddisfare i processi energetici su cui si basa e si realizza la vita.
Agli istinti sono abbinate le emozioni che sono una forma di energia potenziale da governare, ogniqualvolta si libera, per salire (se ben governata) o scendere (se mal governata) nella scala evolutiva personale. Il governo delle emozioni richiede l’uso dell’intelligenza e della volontà che a loro volta sono indirizzate e orientate dai valori.

Il fine costante di tutti questi processi è il piacere per cui è male ciò che ci allontana da esso ed è bene ciò che ci avvicina.
Il piacere è innanzitutto una sensazione che però pervade tutti gli stati dell’essere, partendo dai sensi fisici descritti precedentemente fino agli stati più alti della coscienza. Il piacere è un traguardo da raggiungere attraverso l’azione che a sua volta trae origine dall’uso dei sensi ma che prosegue attraverso l’uso della mente e dei suoi strumenti.
Il massimo del piacere si ha nella condizione dell’estasi, quando avviene cioè un distacco mentale dal proprio corpo e dai suoi sensi, che sono porte di contatto con la vita reale, e si innesca un contatto con la sorgente stessa del piacere che può essere fatta coincidere con il concetto di DIO o anche dell’ASSOLUTO.
Tra queste due condizioni estreme (i sensi e l’estasi) c’è la VITA.
La vita è quindi un processo e non uno stato, una trasformazione e non una condizione, e il piacere compatibile con essa è un piacere distribuito nell’azione stessa di vivere, secondo un andamento ondulatorio con minimi e massimi come il pulsare del cuore o di un’onda di luce.
Un piacere statico non esiste se non nei brevi attimi del suo massimo, ma il piacere distribuito, prima e dopo i massimi e i minimi, vive nella memoria costituendo la nostra ragion d’essere nel mondo, come individui capaci di compiere azioni e relazioni, di percorrere il cammino della vita, dalla partenza al traguardo, lasciando il valore aggiunto che abbiamo saputo costruire agli altri cammini di vita.
La vita è quindi un piacere distribuito ed in questo sta il suo senso.

 

La droga non ha bisogno dei sensi, li scavalca, non li usa proprio; il piacere che da essi deriva richiede un’azione che la droga non richiede, perché va diretta al motore della mente facendolo girare al massimo e senza resistenze, addirittura “fuori giri”, o in quello che viene chiamato anche “sballo”.
L’obiettivo piacere è raggiunto senza fatica, senza sperimentare difficoltà, dolore, frustrazioni, il superamento delle quali produce il piacere distribuito che costruisce e che dà, appunto, un senso alla vita.
Sembra che l’esercizio dei sensi non sia attraente per chi si avvicina alla droga; gustare, toccare, vedere non è abbastanza o è impegnativo arrivare a farlo.
Allora mi domando: può essere il sistema sensoriale dell’adolescente non adeguatamente sviluppato da rendere più attraente provare altre vie?
O forse la presentazione della droga come sorgente di sensazioni indescrivibili, ignote con i normali sensi, stuzzica il bisogno di emancipazione, di distacco dalle direttive genitoriali, dando la sensazione di aprire una propria nuova porta all’obiettivo del piacere?
Sono certo che la risposta è facile e per questo è così difficile da trovare.

 

Profilo comportamentale del tossicodipendente

Presupposti
Va innanzitutto chiarito che subito dopo il primo uso di una qualsiasi sostanza la porta della tossicodipendenza è già stata varcata.
Ciò non significa necessariamente che non sia ormai più possibile fare un passo indietro e uscirne ma è molto più probabile specialmente in un giovane, che invece venga fatto un altro passo in avanti, e poi un altro, e poi…
Ciò che porta a varcare questa porta, oltre al fatto che la droga esiste e che in questo periodo storico è diffusissima, è sicuramente la tipica condizione di incertezza e confusione che caratterizza l’età pre-adolescenziale e adolescenziale.
In questa età il bisogno primario di un ragazzo è relazionare con i propri coetanei, di entrambe i sessi, e se da qualcuno di essi, magari un po’ più “grande”, viene offerta una soluzione che promette piacere, attraente e magari anche vietata, appagante così anche il desiderio di sperimentazione e di trasgressione verso le regole dei grandi (c’è stato un periodo in cui venivano chiamati “matusa”) ecco che l’accettazione della sostanza rappresenta un atto di adesione e riconoscimento al quale è quasi un dovere dire di SI.
È giustificato.
A questa età il ragazzo è portato invece biologicamente a dire di NO ai propri genitori per soddisfare il bisogno di distaccarsi e affermarsi, ma purtroppo anche a dire facilmente di SI al cosiddetto “branco” che viene a prendere il posto della famiglia nel suo processo di autoaffermazione. La droga diviene così l’elemento che, attraverso un trasgressivo senso di appartenenza ad una comunità di coetanei, rende indipendenti.
È così per esempio che un’ elevata percentuale di ragazzi ha cominciato a fumare le classiche sigarette.
Le sigarette però godono di un riconoscimento sociale, pur con delle limitazioni, che rende relativamente semplice per il ragazzo decidere di farlo alla luce del sole, specialmente quando la dipendenza dalla nicotina ha già fatto il suo effetto.
Per le sostanze non è così per cui è costretto a mettere in atto tutta una serie di comportamenti finalizzati a nascondere il fatto che ne fa uso e ciò può riuscirgli per molto tempo, fino a quando gli effetti della/e sostanza/e su di lui esplodono in tutta la loro evidenza: è il momento nel quale le famiglie scoprono la drammatica verità e si vedono crollare il mondo addosso.

È quindi importante saper riconoscere i segnali comportamentali premonitori che possono permettere ai genitori di scoprire in anticipo che il loro figlio ha varcato la porta della tossicodipendenza e prima questa scoperta avviene, meglio è.

Le prime avvisaglie
Le sostanze che tipicamente rappresentano la porta di ingresso sono il fumo di spinelli e l’uso di pastiglie (ecstasy, lsd, ecc.).
I principali segnali dell’uso di cannabis sono la presenza di un odore strano e dolciastro nell’abbigliamento e nella camera del ragazzo, la frequente presenza di dimenticanze, la riduzione del rendimento scolastico, un appetito talvolta esagerato e disordinato, vampate di calore (vedi anche “per i genitori”).
L’uso delle pasticche è meno individuabile ad un po’ di distanza di tempo dal loro uso che viene effettuato prevalentemente nei ritrovi in discoteca o simili. Va detto che comunque quasi sempre le due tipologie di droghe si assommano, con precedenza delle prime (gli spinelli).
È importante comprendere che la droga è innanzitutto una ricerca del piacere e una fuga dalle responsabilità, un voler restare in una dimensione infantile di gioco e divertimento, in una fase della crescita in cui invece bisognerebbe cominciare ad affrontare le difficoltà che la vita presenta e delle quali si ha invece ancora fastidio e paura. Purtroppo la droga blocca questo naturale processo di maturazione, che attraverso le difficoltà crea la forza e la fiducia in se stesso, mantenendo il ragazzo in uno stato adolescenziale perenne. Ciò dipende essenzialmente dai meccanismi neuronali che vengono alterati dalle molecole delle sostanze e che mantengono bloccata la crescita del cervello in un corpo che però continua a crescere.

L’evoluzione
Una volta conosciuta la droga, qualunque essa sia, si è sperimentato il piacere che è in grado di dare e che si vorrebbe aumentare sempre più. Aumentano così il bisogno e la dipendenza.
La necessità di mantenerne nascosto l’uso e di giustificare i comportamenti insoliti che ne conseguono porta inevitabilmente il tossicodipendente a mettere in atto delle strategie di difesa; ecco quindi apparire le bugie che, data la condizione di alterazione della percezione della realtà che le sostanze determinano, sono dette con una convinzione propria molto elevata che le fa così apparire molto convincenti agli occhi dei genitori che in questa fase sono ancora in un atteggiamento di fiducia e di protezione.

Ma qualche punto interrogativo finisce inevitabilmente per affiorare nella mente del genitore ed il figlio, la cui capacità di percepire i messaggi subliminali è fortemente acuita dalle sostanze, è pronto a mettere in atto la fase della colpevolizzazione, anche perchè i genitori sono prontissimi a farsi nascere i sensi di colpa in conseguenza del loro innato istinto di protezione. A questo punto la capacità manipolatoria del tossicodipendente ha raggiunto i livelli massimi mentre il genitore, sempre più provato, sembra definitivamente schiavizzato.
Ma la droga è un po’ come il diavolo, fa le pentole e non i coperchi, per cui la strategia funziona fintanto che le sostanze non abbiano completamente logorato le risorse del tossicodipendente ed egli abbia potuto compensarle con quelle della famiglia. Poi scoppia la verità.

Il tossicodipendente è infine diventato un prigioniero del piacere.
 

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