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I Principi

Tutto è collegato e nessuna azione individuale è senza conseguenze ed interazioni con il resto della realtà.

Forse, l’unico organismo individuale è l’intera umanità che comunque a sua volta è completamente collegata con la realtà naturale universalmente intesa.
I singoli individui rimangono quindi “relativi”, cioè in relazione con tutto il resto; anche quando cercano di esprimere la propria specificità restano “parte di un tutto”.

La caratteristica dell’assoluto non ci appartiene come individui perché, se così fosse, ogni individuo desidererebbe di essere solo nell’universo invece è alla ricerca continua di relazioni.

L’organismo umanità può stare in salute quando le individualità relative si azionano in modo da tener conto del legame che le unisce, a cominciare da quelle tra loro più vicine.
Tale consapevolezza deve essere presente nell’organismo umanità, attraverso le istituzioni che la rappresentano, per garantire che essa lo sia anche nei singoli.
L’educazione a tale consapevolezza deve essere l’azione fondamentale della società umana perché, solo diffondendo essa, si potrà garantire nei singoli individui “relativi” la formazione del proprio IO sociale, senza il quale quello individuale non può bastare a se stesso rimanendo facile vittima di idee egocentriche di violenza, odio, criminalità e droga.
Il raggiungimento della consapevolezza del nostro “essere collegati” non pregiudica il senso della nostra “unicità” come individui ed il conseguente diritto allo “spazio personale” ma lo relativizza facendone percepire i limiti e rendendolo responsabile.
Una società sarà tanto più sana quanto più costituita da individui ricchi di questa consapevolezza.
Con essa nella mente gli individui sapranno esprimere la propria individualità e divergenza in modo positivo, né distruttivo né autodistruttivo, perché saranno forti del fatto di sapere che sono comunque “insieme”.

La società, insegnando ai singoli ad interrogarsi sui collegamenti che le proprie decisioni ed azioni hanno con l’insieme umano e naturale, favorisce lo sviluppo del nostro IO sociale.
Nessuno è perfetto e l’unico modo per colmare le nostre imperfezioni individuali è quello di completarle con le perfezioni degli altri; è unendo le perfezioni parziali di ognuno che si può aspirare ad una perfezione che si realizza quindi solo ad un livello sociale imparando a relazionarsi in modo responsabile e consapevoli dei propri dirittidoveri.

Una azione educativa così impostata favorirà in ognuno anche la scoperta del senso della propria vita.

Senso della vita che fonda l’appagamento del singolo nella realizzazione di quelle passioni personali che, espresse, sono in grado di soddisfare i bisogni degli altri, dimostrando con ciò che è ciò che ci accomuna e non ciò che ci divide che ci può rendere felici.
Un medico che fa il proprio lavoro con passione soddisferà molto meglio i bisogni di salute di un ammalato.

All’azione educativa dovrà però comunque essere affiancata un’azione di controllo della società umana su se stessa così come lo fa il singolo.
Sarà l’insieme delle consapevolezze individuali a definire le regole ed i modi condivisi per garantirne l’esercizio.

Quando uno fa del male a se stesso (anche se per procurarsi un illusorio piacere) lo fa agli altri come se lo facesse direttamente.
L’uso di droga è quindi un danno diretto verso terzi che come tale va riconosciuto e sancito giuridicamente.

La condizione essenziale per l’instaurarsi della consapevolezza dell’IO individuale e sociale nelle menti è la sanità e libertà della mente stessa per cui il nemico principe è la droga, senza distinzione alcuna.
Assunzione di responsabilità quindi, e non di droga.
Droga significa modifica dei delicati meccanismi che sono alla base del funzionamento della nostra coscienza e che, nei limiti della relatività che ci caratterizza, ci rendono liberi e capaci di discernere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Essa riesce subdolamente a corrodere questi meccanismi facendo leva sul nostro IO individuale, specialmente quando esso è ancora in formazione e quindi più debole. In questa fase l’IO individuale percepisce i collegamenti con gli altri IO più come un bisogno che come un impegno e ne può rimanere negativamente influenzato diventando una facile preda.
Chi possiede entrambi gli IO in equilibrio non potrà fare del male ad un altro perché sa che lo farebbe a se stesso (non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te).

La droga procura piacere a chi ne fa uso ma procura dolore negli altri. Quindi chi usa droga non è in grado di trovare il senso della propria vita in quanto non può vedere nel prossimo gli effetti positivi prodotti dal soddisfacimento delle proprie passioni, non può costruire alcuna relazione se non con la droga stessa, è destinato a restare completamente solo se non mette in atto azioni di occultamento della sua dipendenza e manipolazione delle persone con le quali è in relazione.
A questo punto entrano in gioco le relazioni famigliari che tipicamente tendono a sostituire molte delle azioni costruttive che il tossicodipendente, se non lo fosse, farebbe normalmente. È così che viene sostenuta la droga nel mondo. I complici siamo noi.
La fase in cui il genitore deve prendere consapevolezza che il modo migliore per aiutare il proprio figlio è metterlo davanti alle proprie responsabilità in modo totale, prendendo completamente le distanze dai suoi agiti, è la fase più difficile.
Penso che alla base del complesso processo che coinvolge emozioni ed azioni di un genitore che scopre che il proprio figlio si droga ci sia la nostra naturale paura della droga.

Ad una persona che non si droga la droga fa paura.

Da tale paura tutto deriva, compresa quella di non voler mettere il proprio figlio di fronte alla proprie responsabilità fino in fondo senza timore dei rischi che ne conseguono, compreso quella di non parlarne con gli altri per vergogna e timore del loro giudizio e delle loro reazioni. Siamo disposti, a causa di questa paura a sottoporci alle sofferenze più inenarrabili, ai comportamenti più illogici, alle complicità più immorali, a rinunciare a sogni ed aspirazioni, a sperperare denaro ed energie in un giro vizioso e doloroso che è l’esatto contrario dei godimenti che nostro figlio prova usando la droga.
C’è però una differenza: il famigliare tossico dal piacere della droga è reso debole, mentre dalla sofferenza i famigliari non tossici, che riescono ad elaborare la paura della droga, vengono resi forti.

È a questo punto che entra in gioco l’IO sociale.

Chi ha partecipato alle riunioni collettive dei famigliari di tossicodipendenti è diventato più forte.
È mettendo in comune le proprie emozioni, le proprie esperienze dolorose, che ha fatto così esperienza dell’esistenza e della forza del proprio IO sociale.
Quando un genitore ha raggiunto la piena consapevolezza di ciò di cui ha bisogno il proprio famigliare tossico e mette in atto l’azione che lo porterà a confrontarsi veramente con la sua condizione ha fatto tutto quello che poteva fare come membro della famiglia del tossico ma ad oggi non ha ancora fatto tutto quello che dovrebbe fare come membro di quella famiglia più grande che è la società.

Il tossico deve quindi provare completamente le conseguenze della propria condizione, senza il benché minimo sostegno; oserei dire che ne ha diritto e chi non rispetta questo diritto va a ledere l’unica vera libertà che ancora possiede un tossico: poter mettere veramente alla prova la sua scelta perché solo da questa messa alla prova potrà scaturire una consapevolezza nuova che, per quanto elementare possa essere, data la sua condizione, sarà comunque una prima dolorosa e sofferta ma anche propria e vera conquista per cominciare un percorso, prima a ritroso e poi in avanti verso la scoperta del senso della propria vita e l’esercizio di una libertà responsabile.

 

Il controllo sociale

L’anello mancante è quindi l’equivalenza di comportamento da parte della famiglia sociale che ha diritto di essere a conoscenza di chi fa uso di droga per potersi difendere dalle sue azioni dannose e pericolose; ciò può avvenire solo se la società mette il tossico di fronte alle responsabilità sociali che la sua tossicodipendenza comporta.
La presenza della droga nella società dipende innanzitutto dalla indifferenza, paura, ignoranza e inazione di chi non la usa. La società non tossica, con la sua inazione, è quindi complice del tossico e per questo non può darne un giudizio etico ma ha invece dirittodovere di accendere la luce su di lui e sulle sue responsabilità sociali per costringerlo a rendersene conto.
Questa è elaborazione sociale della paura della droga.
Questo è fare il bene del tossico.

La pubblicizzazione del tossico va gestita e interpretata quindi come una responsabilizzazione e non una criminalizzazione.

Lo strumento con il quale un tossico è individuabile è il test del capello, test che dovrebbe poter essere richiesto a chiunque da chiunque, in deroga alla legge sulla privacy in quanto una legge che andasse a occultare una condizione di dannosità sociale di un individuo sarebbe inevitabilmente incostituzionale e quindi illecita. La visibilità che la società (l’IO SOCIALE) deve poter avere sulle persone (l’IO INDIVIDUALE) che fanno uso di droghe è la premessa fondamentale per quel processo di responsabilizzazione, ben diverso dalla criminalizzazione, che coinvolge tutti i soggetti della società, tossici e non tossici.
 

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