Se la droga entra in un figlio il piacere che il genitore trae da esso si trasforma perché il figlio non trae più piacere dalla reciproca relazione ma da una sostanza che viene dall’esterno e che si appropria di lui più di quanto lo riesca a fare il genitore. Quest’ultimo, che continua a cercare piacere nel figlio, comincia così, quasi senza accorgersene, ad assumere gli effetti che la droga determina in esso, diventandone dipendente e rendendosi manipolabile. Mentre il figlio tossico potrà essere frenato solo dal prezzo che dovrà pagare per il suo specifico piacere (ecco perché l’atteggiamento giustificatorio non paga ma solo quello fermo e responsabilizzante, sia da parte della famiglia naturale che da parte della famiglia sociale), il genitore si comporta come un amante che, piantato dall’altro per uno nuovo, non vuole accettare l’abbandono ed è disposto a tutto pur di non perderlo (FIGLIO=PIACERE). La difficoltà di prendere atto della nuova amante del figlio (la droga) può facilmente portare il genitore ad assumersi la colpa della sua nuova scelta (come farebbe un amante per trattenere l’amato) assumendo così un atteggiamento di tipo incestuoso dato che l’amante, in questo caso, è il figlio.
Con la presenza della droga l’azione educativa viene quindi fortemente messa alla prova e per essere bene esercitata va richiesto il massimo livello di distacco. Da qui il conflitto cuore/ragione.
Attuare un distacco deciso e forte dalla propria fonte di piacere (il figlio) è difficile per cui la prima reazione del genitore è quindi normalmente quella di attribuire a se stesso la responsabilità della tragica scelta del figlio anziché a lui, entrando così in un giro “vizioso” e giustificatorio in cui si sostituisce alle responsabilità del figlio e rendendo “tossica” la relazione.
Risultato: i sensi di colpa.
L’unica via d’uscita è la presa d’atto del “tradimento” dell’amante, l’accettazione del distacco e l’avvio del CAMBIAMENTO.
Ricordiamo che ciò che chiamiamo cuore è il profondo piacere che ci deriva dall’essere attaccati al figlio mentre ciò che chiamiamo ragione è la parte nobile della nostra coscienza che ci fornisce gli strumenti per agire responsabilmente (capacità di dare risposte) e quindi di cambiare.
Ripristinare il piacere di essere NOI, con le nostre relazioni precedenti a LUI (la coppia, gli amici, il lavoro, gli interessi, la libertà) favorisce il salto mentale necessario a realizzare il distacco corrispondente a quello che lui ha sentito il bisogno di effettuare durante l’adolescenza (non è un caso che l’avvicinamento alla droga avvenga da parte dei figli proprio in tale periodo, quando cioè il figlio cerca il naturale distacco dal genitore alla ricerca della propria identità ed è quindi esposto ad errori e tentazioni).
Per non restare schiavi del meccanismo perverso della droga, che può durare una vita, l’unico modo è quindi quello di distaccarci anche noi (cambiare) dal piacere “tossico” che il figlio ci dà, distaccandoci dai sensi di colpa che a tale piacere ci tengono legati, per assumere il ruolo educativo che il nostro essere genitori comporta e diventare un modello autorevole e capace: un fermo valore di riferimento che per il genitore sarà fonte di un piacere nuovo e più maturo che soddisfa meglio il bisogno di affermare noi stessi (aumenta il nostro valore).
Tu sei tu e io sono io. Tu sei una persona e io sono una persona. Tu hai le tue responsabilità con i tuoi diritti e doveri. Io ho le mie responsabilità con i miei diritti e doveri. |
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Essere genitori significa quindi:
essere “distinti da” (SONO e SEI)
per poter esercitare “il ruolo di” (IO)
educare un “essere generato” (TU).
Anche il cuore ne sarà poi beneficiato. |
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Attraverso la trasformazione consapevole dell’amore in amore responsabile la vita diventa un valore.
N.B. Si consiglia di leggerlo almeno due volte. |